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La narrazione audiovisiva dalla monoespressività del cinema muto alla poliespressività del musical. I progetti dedicati agli autori che sono riusciti a fare arte con il cinema e la televisione.

Introduzione  •  Articolazione

Il cinema non si fa senza studio, il cinema non si studia con il cinema. Il cinema degli autori classici nasce dalla tradizione mitteleuropea e dalla integrazione di quelle forme espressive che nella tradizione umanistica avevano raggiunto il più alto livello artistico grazie ad autori che avevano saputo tramandare gli insegnamenti dei maestri anche adottando nuove tecnologie. I maestri che hanno inventato le forme del cinema hanno scritto le regole di questa nuova forma di comunicazione multimediale, e sono stati depositari di quel "segreto", poi smarrito o riscoperto dai pochi che ne hanno voluto studiare gli insegnamenti; sono stati tutti allievi e studiosi dei grandi artisti che hanno eccelso nel teatro di prosa, nel teatro musicale, nella letteratura, nella pittura, nella musica. Il cinema si è sviluppato in America ma i presupposti del cinema sono europei; e sono europei anche gli autori che per primi hanno creato arte con il cinema; per lo più sono emigrati dall'Europa negli USA, trasportando dal vecchio continente la materia espressiva e narrativa con cui hanno creato i loro capolavori cinematografici. Il cinema dopo solo un secolo sembra già morto perché di generazione in generazione, anziché studiare i maestri del "segreto perduto" e i loro maestri umanisti si è preferito pensare al cinema come una forma di espressione contemporanea che interrompe il rapporto con il passato, come un nuovo linguaggio che non ha bisogno di altro che di se stesso. Così è nata una generazione di cineasti che si è nutrita solo di cinema e che via via ha portato il cinema ad assomigliare a lunghi trailer di videogiochi, rivolti a un pubblico di bambini e di adulti non cresciuti che si nutre solo di stereotipi e che non è più in grado di distinguere un'opera d'arte da un prodotto di genere.

Con questo Laboratorio si è voluto raccogliere l'esempio e i progetti di autori-studiosi come Truffaut e Hitchcock, che oltre a fare cinema hanno sottratto energie e tempo dalla propria carriera per raccontare «come» si fa cinema, per riflettere su come loro stessi avevano creato capolavori che erano entrati a far parte di una tradizione non solo cinematografica che volevano contribuire a mantenere viva. In questo laboratorio si studia ciò che fa la differenza tra filmare e fare un film, tra creare un film amatoriale per documentare le proprie vacanze e creare un capolavoro artistico, un film «come lo farebbe» un grande maestro, uno di quegli auteurs depositari del segreto perduto capaci di realizzare capolavori immortali.

Dopo la rivoluzione solo apparentemente democratica della diffusione di mezzi tecnologici a basso costo per facilitare il processo di produzione audiovisiva, che ha reso chiunque autore di cortometraggi - oltre che critico cinematografico, come direbbe Truffaut - ci si vuole domandare se vi è ancora una differenza tra quanti, come Orson Welles e Ernst Lubitsch, hanno investito tutta la loro vita a studiare i classici e a creare capolavori degni di farne parte, e quanti invece hanno ritenuto che bastasse disporre di una tecnologia user friendly e poco costosa per raccontare una storia; fra quanti hanno studiato i capolavori della classicità non solo cinematografica per capire come creare varianti di storie archetipiche millenarie, e quanti invece hanno pensato che bastasse raccontare la propria vita, le proprie quotidiane disavventure e condividerle con altri pronti a fare la stessa cosa.

Da questo punto di vista anche Internet non ha migliorato la situazione, offrendo l'illusione che basti aprire un blog per diventare scrittori, che basti pubblicare un video su youtube e avere molti contatti per diventare famosi cineasti, che basti pubblicare musica su itunes per diventare musicisti.

Nondimeno le Università e la proliferazione di promettenti Scuole e Accademie in cui si riciclano come insegnanti gli autori stagionali di successo hanno creato l'illusione che con un po' di tecnologia e con formule o «format» sperimentati si possano ottenere quei successi di pubblico che ormai sono diventati soltanto un'operazione di marketing che si consuma insieme al nuovo fenomeno dato in pasto ai mass media.

Il cinema è di nuovo proprietà produttori e distributori che si rivolgono al pubblico più vasto - i dodicenni - sperando di catturarne la breve attenzione, che sono sempre alla caccia di nuovi fenomeni di costume da sfruttare e che adoperano le proprie risorse per unire cantanti, attori, registi e scrittori di successo in improbabili combinazioni che ritengano possano soddisfare il mercato - sempre quello dei dodicenni che spendono più di altri, in intrattenimento di massa.

Nella corsa a ad accaparrarsi il pubblico più vasto cioè più infantile e rozzo, ciò che sta degenerando è proprio la qualità del prodotto cinematografico, che si avvicina sempre di più a quel prodotto televisivo costruito rapidamente e su modelli stereotipati, finendo per rassegnarsi ad essere solo un lungo trailer di videogiochi che usciranno subito dopo il film e che avranno maggior successo del film stesso.

Anche la scusa di non avere più storie da raccontare ma solo stereotipi da ripetere all'infinito o racconti pseudo ironici che irridono i testi classici come la volpe che disprezza l'uva, sono tutti sintomi di una crisi profonda, non tanto del cinema quanto di una società incapace di insegnare a raccontare storie, a creare nuovi autori in grado di creare a loro volta nuove storie ispirate ai grandi archetipi della narrazione classica e di tramandare quegli insegnamenti che erano insite in essi.

In questo Laboratorio si prendono in esame soprattutto le opere di quegli autori che più di altri hanno investito energie e tempo per riflettere sulle possibilità, sulle regole, sulle soluzioni narrative del cinema stesso e sugli insegnamenti che le arti classiche hanno offerto - per lo più invano - al cinema.

Questo Laboratorio assume tali autori come «tutor virtuali» e trasforma la loro stessa opera in un manuale di studio della narrazione audiovisiva come avrebbero voluto fare Truffaut e Hitchcock con la loro «conversazione ininterrotta», oggetto peraltro di uno dei sistemi che contiamo finalmente di poter completare e distribuire.

Questo laboratorio vuole insegnare a fare arte con il cinema raccogliendo e sistematizzando la lezione metodologica di quegli autori che erano riusciti a controllare ogni aspetto della complessa macchina cinematografica, divenendo davvero «autori indipendenti» ("mavericks" o "auteurs" come si sono chiamati a differenti latitudini), cioè al contempo autori produttori e spesso anche attori nonché promotori della loro opera. Tra questi vi sono tanto i primi registi indipendenti della United Artists, i maestri del muto come Chaplin e Lubitsch, i grandi autori dell'industria cinematografica come Hitchcock, Disney, Spielberg, i piccoli autori indipendenti europei come Truffaut, Rossellini e Welles.

Attraverso uno studio sistematico dei progetti, degli scritti e delle interviste, nonché dei lavori realizzati di alcuni grandi autori, in questo Laboratorio viene dunque preso in esame ciò che fa di un autore un artista e non semplicemente un realizzatore di corto/lungo-metraggi. Per quanti non sono interessati a divenire fenomeni di costume stagionali e ad essere ricordati in un revival come reperti storici da commemorare, questo laboratorio offre la possibilità di apprendere gli insegnamenti dei pochi autori che, anche nel cinema, nei 100 anni di vita, sono riusciti a diventare dei classici al pari di quei maestri che erano già diventati tali lavorando in altri campi di più lunga tradizione, come la letteratura, le arti visive, il teatro di prosa, la musica e il teatro musicale. Ci riferiamo a quegli autori che più di altri si sono dedicati a riflettere, a scrivere di, a narrare di, e a insegnare come si costruisce un capolavoro cinematografico. Dal cinema muto delle origini, al cinema francese degli auteurs, ai mavericks di Hollywood, alle factory della Disney, della Pixar e della Amblin, cercheremo di ricreare quel tessuto di ricerche, di invenzioni, in una parola di principi di narrazione, che ha unito a distanza le migliori menti del secolo scorso; un secolo che ha inventato ma anche fatto tramontare il cinema trasformandolo in videogioco, pseudo-giornalismo, intrattenimento similtelevisivo.

Il cinema non si fa senza studio, il cinema non si studia con il cinema. Il cinema degli autori classici nasce dalla tradizione mitteleuropea e dalla integrazione di quelle forme espressive che nella tradizione umanistica avevano raggiunto il più alto livello artistico grazie ad autori che avevano saputo tramandare gli insegnamenti dei maestri anche adottando nuove tecnologie. I maestri che hanno inventato le forme del cinema hanno scritto le regole di questa nuova forma di comunicazione multimediale, e sono stati depositari di quel "segreto", poi smarrito o riscoperto dai pochi che ne hanno voluto studiare gli insegnamenti; sono stati tutti allievi e studiosi dei grandi artisti che hanno eccelso nel teatro di prosa, nel teatro musicale, nella letteratura, nella pittura, nella musica. Il cinema si è sviluppato in America ma i presupposti del cinema sono europei; e sono europei anche gli autori che per primi hanno creato arte con il cinema; per lo più sono emigrati dall'Europa negli USA, trasportando dal vecchio continente la materia espressiva e narrativa con cui hanno creato i loro capolavori cinematografici. Il cinema dopo solo un secolo sembra già morto perché di generazione in generazione, anziché studiare i maestri del "segreto perduto" e i loro maestri umanisti si è preferito pensare al cinema come una forma di espressione contemporanea che interrompe il rapporto con il passato, come un nuovo linguaggio che non ha bisogno di altro che di se stesso. Così è nata una generazione di cineasti che si è nutrita solo di cinema e che via via ha portato il cinema ad assomigliare a lunghi trailer di videogiochi, rivolti a un pubblico di bambini e di adulti non cresciuti che si nutre solo di stereotipi e che non è più in grado di distinguere un'opera d'arte da un prodotto di genere.

Con questo Laboratorio si è voluto raccogliere l'esempio e i progetti di autori-studiosi come Truffaut e Hitchcock, che oltre a fare cinema hanno sottratto energie e tempo dalla propria carriera per raccontare «come» si fa cinema, per riflettere su come loro stessi avevano creato capolavori che erano entrati a far parte di una tradizione non solo cinematografica che volevano contribuire a mantenere viva. In questo laboratorio si studia ciò che fa la differenza tra filmare e fare un film, tra creare un film amatoriale per documentare le proprie vacanze e creare un capolavoro artistico, un film «come lo farebbe» un grande maestro, uno di quegli auteurs depositari del segreto perduto capaci di realizzare capolavori immortali.

Dopo la rivoluzione solo apparentemente democratica della diffusione di mezzi tecnologici a basso costo per facilitare il processo di produzione audiovisiva, che ha reso chiunque autore di cortometraggi - oltre che critico cinematografico, come direbbe Truffaut - ci si vuole domandare se vi è ancora una differenza tra quanti, come Orson Welles e Ernst Lubitsch, hanno investito tutta la loro vita a studiare i classici e a creare capolavori degni di farne parte, e quanti invece hanno ritenuto che bastasse disporre di una tecnologia user friendly e poco costosa per raccontare una storia; fra quanti hanno studiato i capolavori della classicità non solo cinematografica per capire come creare varianti di storie archetipiche millenarie, e quanti invece hanno pensato che bastasse raccontare la propria vita, le proprie quotidiane disavventure e condividerle con altri pronti a fare la stessa cosa.

Da questo punto di vista anche Internet non ha migliorato la situazione, offrendo l'illusione che basti aprire un blog per diventare scrittori, che basti pubblicare un video su youtube e avere molti contatti per diventare famosi cineasti, che basti pubblicare musica su itunes per diventare musicisti.

Nondimeno le Università e la proliferazione di promettenti Scuole e Accademie in cui si riciclano come insegnanti gli autori stagionali di successo hanno creato l'illusione che con un po' di tecnologia e con formule o «format» sperimentati si possano ottenere quei successi di pubblico che ormai sono diventati soltanto un'operazione di marketing che si consuma insieme al nuovo fenomeno dato in pasto ai mass media.

Il cinema è di nuovo proprietà produttori e distributori che si rivolgono al pubblico più vasto - i dodicenni - sperando di catturarne la breve attenzione, che sono sempre alla caccia di nuovi fenomeni di costume da sfruttare e che adoperano le proprie risorse per unire cantanti, attori, registi e scrittori di successo in improbabili combinazioni che ritengano possano soddisfare il mercato - sempre quello dei dodicenni che spendono più di altri, in intrattenimento di massa.

Nella corsa a ad accaparrarsi il pubblico più vasto cioè più infantile e rozzo, ciò che sta degenerando è proprio la qualità del prodotto cinematografico, che si avvicina sempre di più a quel prodotto televisivo costruito rapidamente e su modelli stereotipati, finendo per rassegnarsi ad essere solo un lungo trailer di videogiochi che usciranno subito dopo il film e che avranno maggior successo del film stesso.

Anche la scusa di non avere più storie da raccontare ma solo stereotipi da ripetere all'infinito o racconti pseudo ironici che irridono i testi classici come la volpe che disprezza l'uva, sono tutti sintomi di una crisi profonda, non tanto del cinema quanto di una società incapace di insegnare a raccontare storie, a creare nuovi autori in grado di creare a loro volta nuove storie ispirate ai grandi archetipi della narrazione classica e di tramandare quegli insegnamenti che erano insite in essi.

In questo Laboratorio si prendono in esame soprattutto le opere di quegli autori che più di altri hanno investito energie e tempo per riflettere sulle possibilità, sulle regole, sulle soluzioni narrative del cinema stesso e sugli insegnamenti che le arti classiche hanno offerto - per lo più invano - al cinema.

Questo Laboratorio assume tali autori come «tutor virtuali» e trasforma la loro stessa opera in un manuale di studio della narrazione audiovisiva come avrebbero voluto fare Truffaut e Hitchcock con la loro «conversazione ininterrotta», oggetto peraltro di uno dei sistemi che contiamo finalmente di poter completare e distribuire.

Questo laboratorio vuole insegnare a fare arte con il cinema raccogliendo e sistematizzando la lezione metodologica di quegli autori che erano riusciti a controllare ogni aspetto della complessa macchina cinematografica, divenendo davvero «autori indipendenti» ("mavericks" o "auteurs" come si sono chiamati a differenti latitudini), cioè al contempo autori produttori e spesso anche attori nonché promotori della loro opera. Tra questi vi sono tanto i primi registi indipendenti della United Artists, i maestri del muto come Chaplin e Lubitsch, i grandi autori dell'industria cinematografica come Hitchcock, Disney, Spielberg, i piccoli autori indipendenti europei come Truffaut, Rossellini e Welles.

Attraverso uno studio sistematico dei progetti, degli scritti e delle interviste, nonché dei lavori realizzati di alcuni grandi autori, in questo Laboratorio viene dunque preso in esame ciò che fa di un autore un artista e non semplicemente un realizzatore di corto/lungo-metraggi. Per quanti non sono interessati a divenire fenomeni di costume stagionali e ad essere ricordati in un revival come reperti storici da commemorare, questo laboratorio offre la possibilità di apprendere gli insegnamenti dei pochi autori che, anche nel cinema, nei 100 anni di vita, sono riusciti a diventare dei classici al pari di quei maestri che erano già diventati tali lavorando in altri campi di più lunga tradizione, come la letteratura, le arti visive, il teatro di prosa, la musica e il teatro musicale. Ci riferiamo a quegli autori che più di altri si sono dedicati a riflettere, a scrivere di, a narrare di, e a insegnare come si costruisce un capolavoro cinematografico. Dal cinema muto delle origini, al cinema francese degli auteurs, ai mavericks di Hollywood, alle factory della Disney, della Pixar e della Amblin, cercheremo di ricreare quel tessuto di ricerche, di invenzioni, in una parola di principi di narrazione, che ha unito a distanza le migliori menti del secolo scorso; un secolo che ha inventato ma anche fatto tramontare il cinema trasformandolo in videogioco, pseudo-giornalismo, intrattenimento similtelevisivo.